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n. 30 del 15 marzo 2010

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Lavorare giocando...

Come formatrice mi capita molto spesso di usare il gioco come metafora formativa. Nei miei corsi, che siano in aula o in contesti più inusuali, il gioco è sempre una componente essenziale del percorso, poiché aiuta i partecipanti a calarsi nella parte e a comprendere meglio il significato di ciò che voglio loro trasmettere.

Attraverso il gioco possiamo ottenere risultati davvero incredibili; in fondo non è così difficile capirlo, basti pensare alla nostra vita quotidiana: quando in una situazione riusciamo anche solo ad intravedere una parte ludica, la affrontiamo con più leggerezza e voglia di fare.

Il teatro, metodologia che utilizziamo spesso nei nostri percorsi formativi, cos'è se non un gioco? Ci spogliamo delle nostre paure e resistenze, lasciamo da parte la vergogna decisi a non farci fermare da essa, ci svestiamo dei nostri usuali abiti e ne indossiamo altri per calarsi meglio nella rappresentazione, diventiamo personaggi inventati, insieme ai nostri compagni di avventura, ci lasciamo andare divertendosi insieme. Ma non è solo divertimento, è esperienza, è conoscersi un po'di più, è imparare a lasciarsi andare e soprattutto scoprire che nonostante tutte le resistenze che all'inizio mettiamo in campo, alla fine, non si sa bene come o perché, le lasciamo da una parte e ci lasciamo catturare scoprendo che senza l'aiuto del gruppo non ci saremmo riusciti.

Quindi sì, è un gioco ma questo non la rende un’ esperienza meno seria o efficace; il rischio che spesso corriamo è quello di scambiare il gioco per un'attività poco utile: in fondo i giochi li fanno i bambini, non gli adulti. Dobbiamo stare attenti a non confondere la leggerezza con la superficialità, sono due cose molto diverse.

Detto questo, non mi sono affatto meravigliata nel leggere un articolo del numero di marzo della rivista Wired, il quale afferma che "il lavoro non è un gioco, ma è innegabile che i giochi aiutano a lavorare meglio".

Nell'articolo di Matteo Bittanti si parla di giochi un po' diversi da quelli che utilizziamo noi... i videogiochi. Viene messo in luce un paradosso: milioni di persone investono energie, denaro e tempo, senza ricevere stimoli, spontaneamente, in videogiochi che potremmo definire tranquillamente veri e propri lavori. Molto spesso il giocatore si trova ad affrontare situazioni molto simili a quelle con cui si confronta quotidianamente sul proprio lavoro: deve gestire informazioni complesse, in ambiti e situazioni dinamiche e conflittuali, risolvere problemi e negoziare il suo ruolo all'interno del team. Tutto ciò, giocando, viene spontaneo, sul lavoro, non è sempre scontato che sia così. Perché ?

Byron Reeves, docente di Comunicazione presso l'università di Stanford, nel suo ultimo libro Total Engagement, spiega come l'applicazione di logiche videoludiche nei contesti professionali aumenti la produttività e il benessere dei dipendenti.
Secondo Reeves “gioco” e “lavoro” non sono assolutamente antitetici fra loro, bensì complementari. Queste due realtà si possono incontrare nel funware, neologismo che indica l’applicazione di dinamiche di gioco in contesti extra-ludici, come il lavoro per esempio.
Grandi aziende come Google, Ibm, Nike+, Philips, Samsung, Adidas, hanno già applicato nella loro realtà questa filosofia.
Troppo spesso ci lasciamo spaventare dalle parole, senza poi soffermarsi troppo sul significato reale che queste hanno. Crediamo che il gioco non possa avere libero accesso a determinati ambienti o specifici contesti, troppo spesso pensiamo “non sta bene”.
Forse la difficoltà più grande è quella di lasciarsi andare,  di prendere le cose con più leggerezza senza perdere di vista la loro importanza e il loro peso.  Questo ci sembra spesso impossibile; per noi non lo è!

 

Beatrice Pagliai


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