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n. 36 del 15 ottobre 2010

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Come avere idee brillanti? - Seconda parte

Cercare la soluzione nel problema

 

Edward Jenner è un giovane e promettente medico che vive a Berkeley, nel Gloucestershire. Ha la passione di osservare, con interesse e curiosità, tutti i fenomeni naturali (specie vegetali, comportamenti animali, ecc.) che avvengono nelle campagne inglesi, dove esercita la sua professione. Nel 1770, all’età di ventotto anni, decide di concentrare la sua attenzione e le sue ricerche sul vaiolo, una delle malattie più diffuse e più devastanti dell’epoca. Invece di analizzare le persone che si ammalavano, come facevano i suoi colleghi, sceglie di esaminare i pastori tra i quali la malattia era poco frequente. Si accorge, così, che queste persone, e i loro familiari, contraevano più spesso il vaiolo bovino, ma mostravano una minore probabilità di ammalarsi di vaiolo “nero” umano. Ipotizza, allora, che l’esposizione ad un virus della stessa famiglia del vaiolo possa proteggere le persone dall’infezione. Snobbato dalla medicina ufficiale del tempo, Edward conduce, a proprie spese, numerose ricerche e, nel maggio del 1796, inocula, per la prima volta, il virus vaccino a James Pipps, un bambino di otto anni. Il ragazzino guarisce velocemente dal vaiolo bovino e, contagiato successivamente con quello umano, non mostra alcun sintomo, confermando che questo trattamento “jenneriano” conferisce immunità anche verso il vaiolo umano.

La vaccinazione messa a punto da Jenner migliora e perfeziona una pratica, abbastanza diffusa in Inghilterra, che consisteva nell’inoculare in un soggetto materiale proveniente da pustole di individui malati. Tale pratica, però, era piuttosto azzardata non solo per il soggetto (che rischiava complicazioni a volte fatali) ma anche per i familiari, che erano direttamente esposti al pericolo del contagio.

Quali erano le origini di questa usanza e come era giunta in Inghilterra?

 

Lady Mary è una ragazza vivace e dinamica, le piace moltissimo leggere, viaggiare, conoscere storie, persone e culture diverse. La sua curiosità intellettuale, il suo acuto spirito d’osservazione la renderanno, presto, una scrittrice, poetessa, e saggista nota e una delle figure di spicco della società inglese di inizio ‘700. Nel 1716, Edward Wortley Montagu, suo marito, viene nominato Ambasciatore e trasferito ad Istanbul. Mary, senza esitazione, decide di seguirlo, insieme al figlio di pochi anni, affascinata dalla possibilità di conoscere una cultura così attraente e misteriosa. Durante la permanenza in Turchia, durata circa due anni, Lady Mary scrive numerose lettere (successivamente raccolte nell’opera “Turkish Embassy Letters), in cui descrive, in modo vivido e appassionato, gli usi e i costumi orientali: i mercati, il cibo, il vestiario, la musica, le tradizioni popolari, la vita nell’harem, ecc. Rimane particolarmente colpita dal comportamento di alcune donne, che inoculano nei figli germi di persone malate di vaiolo per prevenire tale malattia. Un paio di anni prima Mary aveva contratto il vaiolo riuscendo a guarire, mentre suo fratello era morto. Con l’ausilio del dottor Timoni (che l’aveva assistita nel parto della sua secondogenita) fa iniettare i germi del vaiolo nel figlio di sei anni: dopo una breve malattia il bambino si riprende completamente. Al ritorno a Londra scoppia un’altra epidemia e Mary fa inoculare anche alla figlia i germi della malattia. Questa notizia si diffonde velocemente nel paese e anche la principessa Carolina, dopo alcuni esperimenti su galeotti “volontari”, decide di vaccinare le proprie figlie.

 

Cosa possiamo imparare da storie come questa? La curiosità intellettuale, ossia il desiderio di conoscere e di comprendere ciò che accade senza preconcetti né pregiudizi, sembra essere un elemento comune ai protagonisti. Quanto siamo capaci di comprendere i cambiamenti che stanno avvenendo nel nostro ambito lavorativo o nel nostro contesto socio-culturale? La disponibilità a sperimentare, con criterio ed attenzione, è un altro tratto interessante. Quali “esperimenti” potremmo realizzare nel nostro lavoro? Molto interessante, infine, è la constatazione che la soluzione, a volte, è già presente all’interno del problema. Quali aspetti di un nostro problema potrebbero, in misure e modalità differenti, rappresentare una strategia risolutiva?

 

 

Guardare nel dettaglio

 

Maria Skłodowska è una ragazzina polacca curiosa e metodica. Addolorata per la morte della madre (a causa della tubercolosi) decide, all’età di sei anni, di dedicare tutte le sue energie allo studio delle scienze.  Studia da autodidatta guidata dal padre, professore di matematica e fisica. Vorrebbe iscriversi all’università, ma all’epoca l’Ateneo di Varsavia non ammetteva le donne: sarebbe dovuta andare a Parigi, ma le condizioni economiche della famiglia non lo permettevano. Maria rimane a Varsavia e, svolgendo alcuni lavori (baby-sitter, ecc.), aiuta economicamente la sorella maggiore Bronia che studia medicina all’Università di Parigi. Nel 1892 Maria, sostenuta a sua volta dai primi guadagni da medico della sorella, si iscrive alla Facoltà di Matematica e Fisica dell’Università della Sorbona. Nel 1894, appena laureata, incontra un professore di fisica molto brillante, Pierre Curie, che le confida che vorrebbe “fare della vita un sogno e, del sogno, la realtà”. Nasce, tra loro, una profonda amicizia, basata sulla comune passione per la conoscenza e per la ricerca, sul desiderio di comprendere i “misteri” della natura. Dopo un anno di fidanzamento si sposano: lei ha 28 anni, lui 35. Iniziano a lavorare insieme su nuovi tipi di radiazione con pochi strumenti in un rudimentale laboratorio. Analizzando la pechblenda (un minerale radioattivo contenente uranio) si accorgono che alcuni campioni sono ben più radioattivi dell’uranio puro. Cominciano ad esaminare, con pazienza ed attenzione, tonnellate di pechblenda, finché riescono ad isolare, nel luglio del 1898, una piccola quantità di un nuovo elemento sconosciuto che decidono di chiamare “polonio” (in onore delle origini di Maria). In questo anno nasce anche la loro prima figlia Irene, i coniugi, però, continuano con passione le loro ricerche e, nel mese di dicembre, individuano un’altra sostanza, con intensità un milione e mezzo di volte superiore a quella dell’uranio, che chiamano “radio”. Le loro metodologie di ricerca e i sorprendenti risultati ottenuti vengono raccolti, nel 1903, nella tesi di dottorato di Maria, prima donna ad ottenerlo. I Curie decidono concordemente di non depositare il brevetto del loro processo di isolamento del radio, cosa insolita all’epoca, per favorire le ricerche della comunità scientifica e il progresso in questo ambito. Maria comprende, per prima, che la radioattività è un fenomeno atomico e che l’atomo non rappresenta la particella più piccola della materia. Le sue riflessioni mettono in discussione le convinzioni diffuse dell’epoca e schiudono l’era della fisica atomica. Nel 1903 Maria, insieme al marito Pierre Curie e al collega Antoine Henri Becquerel, vince, prima donna nella storia, il premio nobel per la fisica. Nel 1906 il marito muore, accidentalmente travolto da una carrozza. Maria rimane traumatizzata dall’evento ma, dopo un breve periodo di depressione, trova la forza di tornare al lavoro. Prende il posto di Pierre alla cattedra di Fisica della Sorbona (diventando la prima docente donna) e continua l’intensa attività di ricerca che l’aveva sempre accompagnata. Nel 1911 viene insignita di un altro premio Nobel per la chimica.

 

Cosa ci insegna questa storia? Osservando con attenzione, nel dettaglio, è possibile scoprire elementi sconosciuti. Possiamo individuare, nel nostro ambito lavorativo, qualche nuovo “elemento” passato finora inosservato? Nelle nostre attività c’è qualcosa considerato monolitico, “indivisibile” che potrebbe, al suo interno, contenere qualcos’altro?

 

Giovanni Lucarelli


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