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n. 46 del 15 ottobre 2011

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Zen e Lean Thinking

Da quando, quasi trent’anni fa, si iniziò a parlare di un “Sistema Toyota” e di una “Filosofia lean”, per indicare l’insieme di strategie che sono alla base del sistema produttivo giapponese, a oggi, i principi della “produzione snella” hanno conosciuto una straordinaria diffusione anche nei paesi dell’Occidente.
Dalle grandi realtà industriali al mondo dinamico e variegato delle piccole e medie imprese, fino alle istituzioni e agli enti pubblici, concetti come “Qualità totale”, “Miglioramento continuo”, “Riduzione degli sprechi” e “Flessibilità produttiva” rappresentano ormai presupposti imprescindibili della moderna gestione d’impresa.

Innumerevoli gli scritti che hanno analizzato e descritto a vario titolo i diversi aspetti del fenomeno, sempre però a partire da un principio base, la cui importanza è tale da identificarsi con l’essenza stessa del metodo, oltre che con un requisito indispensabile per la sua efficacia pratica.
Alla base di un sistema produttivo ci sono i processi, ma alla base dei processi ci sono le persone!
Quello della centralità delle persone è uno dei pilastri del sistema Lean: un punto sul quale l’accordo è ormai tanto esteso da farne un presupposto acquisito, ripetuto come uno slogan ogni volta in cui si discuta di temi come la qualità, il miglioramento, l’eccellenza.
Altro però è accettare la validità di un presupposto, e altro dargli applicazione pratica. Soprattutto quando l’oggetto sul quale intervenire non è un processo o una macchina, ma qualcosa di ben più complesso, indefinito e mutevole com’è un essere umano.
Ecco allora che, a fronte di interi tomi dedicati agli aspetti ingegneristici e organizzativi del monozukuri (fabbricazione, produzione di cose), per quanto riguarda l’hitozukuri (formazione e crescita delle persone) ci si limita per lo più a qualche richiamo generico, vago e di circostanza.
Quasi un dazio dovuto per poter passare a occuparsi “di ciò che conta veramente”: tecniche e processi.
D’altra parte sono le persone a svolgere i processi, e dunque, come ripetono i padri dell’approccio lean, non ci può essere monozukuri senza hitozukuri!

 

È in quest’ottica che può essere compreso lo stretto rapporto esistente fra l’approccio lean e l’antica disciplina dello Zen, che ne costituisce la base e la struttura portante, non solo in termini concettuali ma anche – o forse soprattutto – dal punto di vista pratico.
Cominciamo col considerare, allora, che lo Zen è essenzialmente un metodo concreto, e dunque una reale comprensione di cosa sia può avvenire solo in forma esperienziale diretta, proprio come si può sentir parlare per ore di un’emozione, ma per comprenderla realmente l’unica via è quella di sperimentarla in prima persona.
D’altra parte, poiché negli ultimi trent’anni ne è stata fornita una visione quanto meno superficiale e folkloristica, quando non addirittura francamente distorta, può essere utile una prima definizione, provvisoria ma sufficiente per accostarsi al metodo in maniera corretta.
E allora si può affermare che lo Zen è essenzialmente un sistema di formazione umana integrale.
Anche se spesso confuso con una religione, infatti, lo Zen non si pone come detentore di una verità in cui credere, ma piuttosto come un metodo volto a sviluppare le potenzialità dell’uomo in modo che possa essere lui stesso a cogliere la realtà così com’è, al di là di ogni teoria o sistema di credenze.
Per giungere a questo propone un vero e proprio allenamento, una disciplina che coinvolge l’intera struttura umana, dal piano fisico a quello emotivo e mentale, fino ai “piani alti” della sfera noetica e transpersonale.
E proprio questo allenamento è alla base degli effetti del metodo. Effetti importanti che, noti da secoli, hanno potuto essere documentati in epoca recente attraverso un numero crescente di ricerche scientifiche nei più diversi contesti, sia nell’ambito clinico e psicoterapeutico che in quello sociale, aziendale, sportivo.

Venendo ora ai rapporti fra la filosofia Lean e l’approccio Zen, si può senz’altro considerare in primo luogo come le radici stesse dei concetti di Qualità Totale e di Miglioramento Continuo siano evidenti in quella costante tensione all’eccellenza in ogni gesto e in ogni istante caratteristica dello Zen, che considera e usa la perfezione nell’agire come via di perfezionamento individuale.
La stessa meditazione zen – cuore del metodo – si fonda sulla concentrazione e sull’attenzione ai dettagli, proprio come il miglioramento continuo si avvale di piccoli e costanti passi in avanti, in contrapposizione con i “balzi” dell’innovazione.
Certamente poi l’importanza assegnata al processo – così caratteristica dell’approccio Kaizen, base stessa del concetto di “flusso”, e in netta contrapposizione con l’enfasi esclusiva e tutta occidentale sugli obiettivi – può essere pienamente compresa e praticata attraverso il principio zen di “mushotoku”, che ne rappresenta il fondamento, espresso nell’aforisma secondo cui: “La via è la meta, e la meta è la via”.
Uno dei temi centrali dello Zen, inoltre, è quello dell’auto-responsabilità, cercata e sviluppata attraverso la pratica, che conduce a diventare “creatori e causa della propria realtà”. Un obiettivo, questo, che non può non rimandare direttamente al coinvolgimento diretto di tutto il personale invocato come necessario dall’approccio lean, in cui ciascuno è chiamato a pensare e ad agire da protagonista all’interno dei processi produttivi.
E ancora l’orientamento al presente (qui-e-ora), che lo Zen esercita nella pratica in modo addirittura fisico, e che è radice del pensiero snello e dell’azione just-in-time.
E infine la tipica essenzialità, così evidente in tutte le forme di arte applicata derivate dallo Zen – dai giardini alle ceramiche, dalla calligrafia alla poesia, dalla cucina all’architettura e al design – che è madre stessa dell’avversione per ogni forma di sovrastruttura inutile, intesa come “spreco” di energia e di creatività, e come perdita di “valore” reale.

Un ultima considerazione.
A fronte delle difficoltà incontrate nel realizzare pienamente i principi del pensiero e della prassi lean, viene spesso evocata la differenza culturale esistente fra il Giappone e l’Occidente contemporaneo. Una differenza che è certamente reale e profonda nei modi in cui si esprime, ma che non lo è altrettanto nella sostanza.
A ben vedere, infatti, i principi base che caratterizzano i sistemi di Qualità Totale e di Miglioramento Continuo – come la motivazione e la tensione all’eccellenza, la cura dei dettagli, la passione nella ricerca di soluzioni nuove e più adeguate – sono tutt’altro che propri della cultura giapponese e tutt’altro che sconosciuti all’occidente.
L’unica differenza, semmai, sta nel fatto che in occidente questi atteggiamenti vengono spesi per lo più – se non esclusivamente – in contesti attinenti la vita privata, anziché nella sfera del lavoro. Una sfera, questa, che nella maggior parte dei casi è percepita unicamente come un mezzo finalizzato al solo obiettivo economico, laddove nella tradizione giapponese il luogo di lavoro è luogo e strumento per la realizzazione di valori più vasti e più elevati, e, conseguentemente, più capaci di produrre soddisfazione e gratificazione profonda.
Ecco allora che lo Zen, con quella che è forse la sua caratteristica peculiare, e che consiste in un’intima fusione fra lavoro e meditazione, fra pratica realizzativa e realtà quotidiana, offre una straordinaria opportunità di valorizzazione del proprio lavoro, trasformato così in un’occasione di benessere globale e di crescita umana ed esistenziale.
Un’azione finalizzata all’auto-sviluppo e all’auto-realizzazione che però non si pone come alternativa all’efficienza e all’efficacia produttiva, ma che, al contrario, le utilizza come strumenti preziosi e insostituibili

Di Vittorio Mascherpa

Formazione Umana Globale


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