Personae Magazine

Magazine Approfondiamo l'articolo del mese

n. 17 del 15 febbraio 2009

Ritorna

Giocolieri o equilibristi

GIOCOLIERI O EQUILIBRISTI
di Maria Teresa Calabrese

Venerdì ho assistito ad un incontro speciale. Tanto speciale che sulla via del ritorno, in un lungo tragitto in treno, ho riflettuto molto su quanto era stato detto. L’evento era incentrato sul tema dell’ambiguità e sui rapporti non sempre facili che spesso intercorrono tra capi e collaboratori. Dopo averci pensato un po’ sono arrivata alla conclusione che la vita sembra un grande circo: ci sono artisti di ogni tipo, ma quasi tutti, prima o poi si trovano a dover o a voler fare i giocolieri, prendendo al volo, ogni volta, come birilli, il ruolo che più si confà alle mille situazioni sempre diverse con cui oggi dobbiamo fare i conti, destreggiandosi tra amicizia, amore, lavoro, famiglia, ed essendo all’occasione amico, amante, collega, genitore o coniuge. Già, perché la vita è fatta di relazioni, è un tessuto che ha per trama le esistenze intrecciate di chi ci circonda, di chi ci appartiene, di tutti coloro cui siamo affezionati e di quelli che odiamo, ma anche di tutti quei fatti e delle informazioni che spesso, direttamente o indirettamente, anche attraverso i media, ci toccano o semplicemente ci sfiorano. E così, in questo bailamme, in questa società caotica e circense, ci rendiamo conto che essere sempre noi stessi è una delle cose più difficili e che in questo modo, la “verità” che dovrebbe sostenere i nostri rapporti, viene irrimediabilmente a mancare. Per evitare i conflitti, per sfuggire alla sempre più scomoda “fatica delle coerenza” – espressione singolare, ma amaramente calzante, coniata da Simona Argentieri, medico psicoanalista, membro dell'International Psychoanalitical Association, nonché ospite dell’incontro cui ho partecipato – spesso si cade nell’ambiguità: un atteggiamento che ci porta a rimuovere le nostre palesi contraddizioni per far coesistere senza sofferenza e senza sforzo nella personalità, le nostre parti incongrue e contrastanti. Questo, nei luoghi di lavoro, accade sistematicamente, sia perché molto spesso ci si trova di fronte a rapporti complementari di tipo verticale, a relazioni che per dirla con Watzlawick si basano su rapporti di differenza e disuguaglianza, come tra capo e dipendente, sia perché negli ambienti professionali spesso si insinua una ulteriore ambiguità, quella che proviene dalla tendenza dell’uomo, a seconda della situazione, o ad identificarsi con l’azienda, o a vedere in essa addirittura una controparte, come nei casi in cui si vorrebbe chiedere un aumento o avanzare una qualunque altra esigenza. Ma come si può uscire da questa impasse? Come possiamo riuscire a creare rapporti veri, non dettati dall’opportunismo e non sfocianti nella malafede?
Sempre Simona Argentieri, nel suo libro che si intitola appunto L’ambiguità, ci indica un percorso, ci fornisce delle chiavi di volta racchiuse in tre parole: coerenza, principiò di realtà e responsabilità.
Bisogna essere prima di tutto coerenti con se stessi, con i valori e i principi da cui vogliamo farci accompagnare, e anche se ciò è complicato, impegnativo, è un modo per nutrire la nostra anima, per prenderci cura della meravigliosa creatura che siamo nonostante le paure, le fragilità, le contraddizioni interne. La seconda parola, “principio di realtà”, dev’essere il nostro faro, perché se ci atteniamo ad esso, se rapportiamo tutto alle cose come realmente sono senza utilizzare il trascendentale, senza raccontarci favole, né rendere tridimensionali gl’incubi, allora sarà più facile anche decidere, assumerci la responsabilità delle nostre scelte, delle nostre azioni, perché l’avremo fatto seguendo la nostra verità, cercando di non essere più giocolieri, ma equilibristi, in grado di camminare sul filo della vita bilanciando le pulsioni contrastanti, l’odio e l’amore, la felicità e la tristezza, la piccola folla che convive dentro di noi, fino a trovare il punto nevralgico di quella verità che ci fa crescere e ci sostiene.


Ritorna