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n. 9 del 15 luglio 2008

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Etica in azienda

ETICA IN AZIENDA. UN CODICE DEL CUORE.
di Beatrice Pagliai

Non molto tempo fa, grazie alle brillanti suggestioni di un filosofo, mi sono ritrovata a riflettere, forse per la prima volta sul serio, sul reale significato di una parola che al giorno d'oggi viene usata e letteralmente abusata nei settori più inimmaginabili. Sto parlando, precisamente, di "etica".
Questo termine è diventato, in qualità di aggettivo, il compagno preferito dei sostantivi più disparati: dall'alimentazione, all'informazione, al commercio e finanche alla finanza e all'economia. Ma quanti conoscono davvero il meraviglioso mondo e l'affascinante storia che si cela dietro questo breve lemma impiegato e sfruttato da chiunque? Quanti sanno davvero le ragioni reali che siedono alle porte della sua origine? Forse non molti. Eppure, per esempio, la maggior parte delle aziende fa di tutto per ottenere certificazioni o attestati che testimonino la propria eticità, ritenendoli in qualche modo degli efficaci biglietti da visita per farsi varco nella difficile giungla della società odierna.
Ma su quali parametri si basano le imprese? Cos'è che esse credono le renda etiche? Il fatto che dichiarino esplicitamente il rispetto di un insieme di norme che si riferiscono a quelli standard di moralità, trasparenza, equità, tutela e onestà da se stesse stabiliti? Il fatto che non costruiscano bombe, che non sfruttino gli esseri umani, che non si servano di lavoro minorile?
Ogni volta che vedo affissi alle pareti "I valori etici", inevitabilmente mi scappa un sorriso e subito la mente corre a"La Fattoria degli Animali" di Gorge Orwell e ai sette comandamenti stipulati dagli animali a tutela di tutte le specie della fattoria ma poi adeguatamente modificati con i "sottotitoli" ad uso dei maiali che avevano preso il sopravvento sulle altre specie animali. Questi, dopo aver privato gli uomini di ogni tipo di potere ed essersi assunti la gestione della fattoria, gradualmente modificarono i comandamenti a loro piacimento per giustificare proprio quegli abusi cui fino a poco tempo prima si erano ribellati. In quel caso, i comandamenti degli animali si sono trasformati di nuovo nelle regole dei padroni:

Tutti gli animali sono uguali*
*ma alcuni sono più uguali degli altri.
Quel che voglio dire è che se un'azienda non comprende concretamente il senso effettivo della parola "etica" rischia di non svilupparsi nella via giusta. Non serve, infatti, scrivere, affermare, o affiggere alcun regolamento per mostrare agli altri la propria credibilità. Basterebbe soltanto seguire quel codice che è inscritto naturalmente nel cuore delle persone che in essa lavorano, le quali costituiscono una vera e propria comunità fatta di tanti esseri che riflettono e che provano emozioni, e che ogni giorno apportano ad essa il proprio peculiare modo di essere e di agire.
Dal mio amico Pino, filosofo napoletano, ho appreso che la prima volta che si parla di etica è in Omero. Egli racconta di quando "i cavalli stanchi ritornarono ai loro pascoli etici". In questa frase l'ultima parola sta a significare "familiare". I "pascoli etici" rappresentano per quei cavalli il necessario e piacevole ritorno alla propria stalla, alla propria tana. Allo stesso modo, per le persone, l'etica deve rappresentare il ritorno alla propria casa che altro non è che il proprio io, lo spazio interiore dentro il quale ogni individuo mette tutto ciò che ha e che è.
Un altro importante uomo dell'epoca classica che parlò esplicitamente di ethos fu il filosofo greco Aristotele. Egli indicava, con questo termine, il quid che attraverso l'esperienza poteva portare gli uomini ad essere affidabili ed autorevoli.
Queste due antiche versioni di etica non sono molto distanti tra di loro. Al contrario. Ciò che rende affidabile una persona è proprio l'integrità del sé, la capacità di tornare, ogni volta che ne abbiamo bisogno, in quel luogo speciale in cui conserviamo tutti i nostri valori e quel traboccante bagaglio di esperienza che fa accrescere non solo la nostra cultura, ma anche la nostra saggezza. Un luogo del genere è un luogo in cui c'è sempre tutto il tempo e lo spazio per quel continuo arricchimento che permette all'individuo di guardarsi dentro, riconoscersi, accettarsi e a volte, perché no, anche apprezzarsi.
Un'impresa, dunque, se vuole crescere e sviluppare la propria economia nell'etica, deve saper coniugare il profitto, non con opere di bene o la ricerca di slogan che indichino il proprio impeccabile comportamento, ma con l'impegno concreto di farsi luogo abitabile per coloro che in essa e attorno ad essa vivono e lavorano, di fare "proprio" un luogo che per molti viene considerato "improprio" ed "estraneo".


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