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n. 8 del 15 giugno 2008

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Ansia da prestazione

CIELO, IL MIO CAPO! FENOMENOLOGIA DELL'ANSIA DA PRESTAZIONE
di Maria Teresa Calabrese

Quando sentiamo parlare di ansia da prestazione pensiamo subito a quel piccolo ed imbarazzante problemino che a volte tormenta gli uomini quando si accingono ad un rendez-vous amoroso. In quei casi, come ben sappiamo, si riesce a scivolare molto spesso mascherando la paura di non farcela, e il conseguente insuccesso che da essa deriva, con delle scuse che diventano perfino piacevoli complimenti. L'ansia da prestazione però, non riguarda soltanto quel momento paralizzante che precede un certamente disastroso incontro con la persona amata, ma è un malessere che può prendere le persone in qualsiasi situazione in cui venga richiesta un'azione che porti ad un risultato. Soprattutto nella società moderna, infatti, in una società che ci chiede di correre costantemente, in un mondo che ci vuole tutti maratoneti, tutti in grado di arrivare al traguardo e prendere il premio, non importa quale premio sia, questo disagio è una realtà che avanza e che dilaga in tutti gli ambiti della vita privata e non, dalla camera da letto, al cospetto di una cattedra, fino ad arrivare all'ufficio. E se nella vita privata può essere abbastanza semplice trovare delle banali attenuanti, sul lavoro non è altrettanto: la paura di sbagliare o il desiderio di non deludere inevitabilmente fanno sì che le cose vadano nel peggiore dei modi.
La mera parola "ansia" deriva dal latino ango che vuol dire stringere, soffocare. Le sensazioni che identificano l'ansia portano, difatti, ad una percezione non solo metaforica di soffocamento. Esse sono per lo più il timore, la paura, la preoccupazione, la spiacevole sensazione di perdere il controllo di ciò che stiamo facendo. Questo fenomeno accade il più delle volte perché quando dobbiamo affrontare un'impresa importante, che sia un compito, o l'ultima partita di calcetto della stagione, o soprattutto una faccenda lavorativa di grande responsabilità, si insinua in noi il timore di un eventuale insuccesso, l'inconfessabile preoccupazione di non essere all'altezza e la consapevolezza che più la situazione è importante, più la posta in gioco è alta, più è facile cadere ed ancora più grande è il dolore e il rumore della caduta perché con essa ci sembra inevitabile la perdita della stima e dell'approvazione delle persone che ci circondano e che ci hanno dato fiducia. Accade, dunque, che l'insicurezza della riuscita diventi irrimediabilmente la causa prima della non riuscita e sovente questa insicurezza fa sì che il soggetto dell'azione decida direttamente di non cimentarsi in quest'ultima e di vivere guardandosi vivere diventando spettatore di sé stesso, dei suoi fallimenti, delle sue mancate promozioni e dei suoi insuccessi.
Tuttavia questo problema non è sempre insormontabile come molti possono pensare. Chi è attanagliato da questa sensazione perde inevitabilmente la fiducia nelle proprie capacità e purtroppo, soprattutto nel lavoro, le conseguenze che ne derivano sono rovinose e spesso ingiuste. Molti elementi validi, magari dotati di un insolito talento rischiano di rimanere nell'ombra perché credono di essere destinati a portare eternamente il peso di questa condanna. Questo succede perché le persone non cercano realmente di risolvere la questione. Preferiscono adoperare delle giustificazioni al proprio mancato operato oppure ricorrere prontamente all'aiuto dei farmaci che in casi come questi servono soltanto a devitalizzare, a rendere nulle le emozioni dell'uomo. È vero che le medicine possono togliere l'ansia, ma insieme a quella privano anche il nostro cervello di tutti quelli stimoli positivi che da essa possono provenire e che sono fondamentali quando abbiamo bisogno di una marcia in più. Non bisogna dimenticare, infatti, che l'ansia è un'emozione. Un'emozione che presto o tardi ogni uomo prova nella sua vita. Il bello delle emozioni è che queste ultime, se solo noi lo vogliamo, possono farci sentire vivi. Basta prendere il buono che c'è in esse e riuscire ad incanalarlo nella giusta direzione, quella, che nel caso dell'ansia, può trasformarla in energia, in quell'eccitamento che in molti casi rende la concentrazione maggiore e il gusto dell'impresa più deciso e saporito. Quell'adrenalina che prende l'attore prima di salire sul palco e iniziare a recitare davanti ad una moltitudine di spettatori che potrebbero applaudire o fischiare; è quel brivido lungo la schiena difficile da dimenticare; è quell' impulso che porta ad aprire il tendone e a mettersi sotto i riflettori, nudi e al contempo coperti dalla maschera del ruolo che si deve recitare. La vita stessa d'altronde è un teatro e sarebbe un peccato evitare di essere protagonisti della propria e perdere tutte le soddisfazioni, lavorative e non, che essa può offrirci. Inoltre, per usare una celebre espressione del film Monty Phyton. Il senso della vita: "La vita è un gioco, o vinci o perdi, sei quello che sei". L'importante, dunque, è giocare, provarci e cercare di essere padrone delle proprie emozioni, così da poter esserlo della propria vita, anche di quella lavorativa.


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