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n. 6 del 15 aprile 2008

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Economia della felicità

L'ECONOMIA DELLA FELICITA' (1)
di Paola Capitani

"Per tutto c'è bisogno di una vocazione. Anche la felicità" (Kveta Legatova)

Ci sono perone che sanno raccogliere la felicità nelle piccole cose: il profumo di un caffè ben fatto, un sorriso regalato in metropolitana, la sorpresa di un tramonto in una strada grigia. E' poco, è tantissimo. E' un'arte, è un mestiere: quello di vivere.

Questo potrebbe essere l'inizio beneaugurate per una nuova giornata, infatti solo se si riesce a cogliere il leit motiv, l'ispirazione, la "leggerezza dell'essere" si possono affrontare difficoltà, contrarietà, problemi. Si tratta cioè di assumere quello che in gergo si dice "atteggiamento assertivo", che protegge e dà sicurezza, che tuttavia consente di interagire e di creare "squadra". L'impatto con gli altri passa proprio attraverso il filtro che si crea e grazie alle comunicazioni positive che si riescono a stabilire. Gianni Ferrario (2) direbbe che la risata e il buonumore sono ingredienti basilari per superare le difficoltà, per creare interazioni e per vivere al meglio le tensioni. Ironia e umorismo sarebbero ottimi ingredienti da tenere a portata di mano e che aiutano a vedere con lenti "rosa" e a guardare il panorama da una diversa angolazione.
Alcuni economisti si sono interessati a studiare e comparare il benessere e la felicità degli individui, come riportato nel libro a cui si ispira questo articolo. Uno dei risultati più interessanti che emerge dalle ricerche effettuate, ha riportato questa sintesi "nel lungo periodo mentre il reddito pro capite aumentava costantemente, la felicità è rimasta sostanzialmente invariata. I dati provengono dalle indagini Eurostat-Eurobarometro.
Questi dati sollevano molti dubbi sulla loro qualità e tuttavia, senza entrare nel dettaglio, numerosi studi provenienti da altre discipline come la psicologia e la neurologia ne supportano l'attendibilità. In realtà ognuno si dichiara soddisfatto in relazione a ciò che può ottenere, per cui siamo più felici di venti anni fa ma non ci riteniamo tali perché le nostre aspettative sono cambiate, migliorate, e desideriamo sempre di più.
Misure meno soggettive del benessere, come la percentuale di persone affette da depressione o il numero di suicidi, seguono andamenti simili alle risposte soggettive sulla felicità e sulla soddisfazione.
Ma allora cosa ci rende felici? Studi che confrontano felicità e soddisfazione di persone simili indicano, con tutte le riserve del caso, che sono molte le fonti di felicità e infelicità: gli occupati sono molto più felici dei disoccupati, la sicurezza del posto di lavoro rende meno stressati e più felici, chi ha una famiglia stabile è più felice dei separati/divorziati, ma anche vivere in una città con poca povertà e poche disuguaglianze sembra rendere più felici. I soldi non danno la felicità? Forse è proprio questo il punto su cui riflettere. Accecati da potere e denaro, da possedere ma non essere, cerchiamo di ritrovare i veri valori e i giusti obiettivi. Il detto indiano "Quando l'ultimo albero sarà abbattuto e l'ultimo fiume sarà inquinato ci renderemo conto che il denaro non può essere mangiato". E quindi valori apparentemente utopici come rispetto dell'altro, solidarietà, intelligenza, affetto, sono veramente i master ai quali aspirare con paziente perseveranza. Il denaro può pagare bene, ma non per sempre...


1) Il titolo è tratto dall'omonimo libro di Di Mauro Maggioni e Michele Pellizzari da cui sono tratti spunti di riflessione e dati di riferimento.
2) Attore-autore teatrale, form-attore, trainer, performer, facilitatore della comunicazione, opera a livello internazionale in veste di giullare d'impresa ® (Corporate Jester), conducendo workshop esperienziali nell'ambito di percorsi formativi e dando vigore ad eventi e convention aziendali. Oltre che nelle aziende, in cui ha maturato una lunga esperienza attraverso incarichi dirigenziali, somministra pillole di sorriso anche in teatri, scuole, ospedali, gruppi e comunità. www.terapiadellarisata.it.


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