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n. 29 del 15 febbraio 2010

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La Via per la Consapevolezza

Siamo sempre alla ricerca di nuove esperienze e nuove frontiere da esplorare, sia da un punto di vista professionale, per dare una pennellata di nuovo al nostro lavoro, sia da un punto di vista personale, perché il “non-scoperto” può sempre rivelarsi interessante e fonte di stimoli. Certo, questo non sempre si verifica; a volte restiamo affascinati dall’inconsueto e poi scavando un po’ più a fondo ci accorgiamo che alla fine  è la solita storia trita e ritrita, magari semplicemente abbellita con un involucro più carino.

A noi questo non è successo, abbiamo conosciuto un universo che non possiamo certo definire nuovo, ma applicato in un modo che sicuramente nel nostro occidente è quantomeno insolito.

Prima abbiamo incontrato lo Zen e poi abbiamo scoperto le sue tante applicazioni possibili nella vita professionale di ognuno di noi.

Dal punto di vista concreto, lo Zen è insieme una pratica e uno stile di vita e di lavoro; Vittorio Mascherpa, autore del libro Managing Zen, e trainer che ci ha indicato questa via, ha usato una metafora illuminante per spiegare cosa è, e cosa non è lo Zen. Sì, perché tanto si sente e tanto viene detto su questa pratica, portando una confusione enorme intorno a una cosa semplice… così per conoscere davvero lo Zen dovremmo lasciarci alle spalle tutte le dicerie, più o meno vere, che abbiamo collezionato nel tempo e semplicemente aprire la mente.

Immaginate una stanza buia. La religione fa affermazioni definitive sui mobili e sugli arredi che ci sono, anche se non si possono vedere. La filosofia specula su ciò che ci potrebbe essere o non essere. La razionalità scientifica propone sistemi per procedere tastando e deducendo.

Lo Zen spiega dov'è l'interruttore della luce. Cosa effettivamente ci sia nella stanza, o cosa ognuno vedrà attraverso i propri occhi e la propria mente, semplicemente non riguarda lo Zen e non è affar suo.”

Vittorio ha ribadito più volte che “lo Zen non è una filosofia (parlare di filosofia o di "riflessioni sull'uomo" a un maestro Zen del passato avrebbe comportato, come minimo, una bastonata sulla testa o il lancio di un sandalo), né una religione (lo Zen non ha alcun interesse a ipotizzare l'esistenza di una divinità, né tantomeno a negarla) e non è nemmeno un sistema teorico predefinito da accettare o da discutere. Solo una pratica. Una ginnastica, se volete, anche se una ginnastica totale, in quanto coinvolge l'intera realtà dell'essere umano: fisica, emotiva, mentale, esistenziale, spirituale e chissà cos'altro  ancora.”

Vittorio è inoltre illuminante di fronte alle perplessità di molti, i quali affermano che lo Zen è una pratica orientale e che difficilmente può trovare applicazioni nel frenetico  mondo occidentale.
“Lo Zen non è giapponese più di quanto lo sia il riso bollito. In tutto il mondo (o quasi) si usa bollire il riso. E così questa tecnica - che il Giappone ha codificato come "Zen" - esiste in tutto il mondo e in ogni tradizione (compresa quella occidentale e cristiana). Ognuno l'ha interpretata a suo modo e gli ha dato una forma, ma la sostanza è assolutamente la stessa. E coincide con lo sviluppo di una facoltà dei sensi, della mente e dell'anima (qualunque cosa intendiate con il termine "anima") che si può definire come "consapevolezza".”

E la consapevolezza a cosa porta? Porta ad essere presenti a sé stessi, responsabili , capaci di gestire sé stessi, gli altri e gli eventi, quindi: Leadership, Autorevolezza, Motivazione e Crescita dei collaboratori.

Con la pratica dello Zen si ha un’apertura mentale, maggiore stabilità emotiva, equilibrio, intuizione ed empatia. Quindi, oltre ovviamente a migliorare noi stessi, tutto questo ha una ricaduta positiva sulle nostre prestazioni professionali. È come trovare la strada per poter fare una ginnastica della mente, un allenamento quotidiano  della coscienza di sé, un mettere in pratica giorno dopo giorno un miglioramento costante di corpo, mente e spirito.

 

Beatrice Pagliai

 


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